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Per seguire il nostro itinerario:

http://www.turistel.cl/v2/secciones/mapas/ruteros/aisen.htm

 

Il cammino che sale e il cammino che scende sono un unico e medesimo cammino. Eraclito 

 

 

Partiamo da Villa Cerro Castillo in una calda e soleggiata mattina di questa favolosa estate patagonica. Tre anni fa

Philippe ed io avevamo percorso, sotto una pioggia battente, 100 km in un solo giorno, fino a Bahia Murta. Oggi

ne approfitto per scoprire un panorama favoloso che il maltempo mi aveva nascosto.

 

    

 

La strada sale lungo il fianco della montagna che delimita a sud la valle del rio Ibañez. Una salita ci porta alla Laguna

Verde e qui ci raggiunge Francisco, un ciclista belga-australiano. Sul porta pacchi anteriore, esposto al sole cocente

tiene un cartone di latte, gli chiedo se stia preparando dello yogurt, mi risponde mostrandomi entusiasta la cultura di

bacilli che gli servono a prepararsi un ottimo (?) yogurt maison. Con la solidarità tipica dei ciclo-vagabondi ci chiede

se vogliamo una base di bacilli per iniziare anche noi una produzione familiare di yogurt,  ma non essendo sicuri della

 

         

 

provenienza e origine della cultura, decidiamo di non lanciarci in tale esperimento. Dopo una ripida discesa e una curva

a gomito improvvisa, ci ritroviamo nuovamente in basso, nella valle del rio Ibañez, stretti fra la roccia e il fiume dalle acque

grigiaste. La pista diventa liscia e battuta come un terreno da bocce a causa delle ceneri e sabbie vulcaniche che si sono

depositate in questa regione dopo le eruzioni del vulcano Hudson nel 1971 e 1991. La geografia del luogo è ancora stravolta

dal possente fenomeno naturale accaduto a decine di chilometri di distanza. Noi non possiamo che osservare la bellezza aspra

di questo paesaggio che ricorda una foresta incantata. In una casetta, al lato della pista, vive Edoardo, un’uomo che lavora

nel campo di Doña Yolanda. Ci presentiamo a lui e cortesemente ci indica un luogo dove accampare per la notte, lungo un

ruscello e accanto ad un enorme cespuglio di uva spina. Edoardo viveva in una cittadina del centro del Cile dove lavorava

in un ristorante. Un giorno ha deciso di mollare tutto e di venire a vivere nella solitudine e desolazione della carretera

austral, della sua precedente vita conserva il solo grembiule da cameriere che ancora indossa in ogni momento della giornata.

 

         

 

Al nostro risveglio il cielo è nuvoloso, pedaliamo lungo la salita che porta al portezuelo Cofre e lasciamo la valle

del rio Ibañez per raggiungere quella del rio Murta. Il cielo si fa sempre più grigio e basso, la pioggia sembra inevitabile.

 Subito dopo il ponte sul rio incominciamo a cercare un luogo dove accampare, dopo pochi chilometri sotto una pioggia

battente troviamo una casetta e un uomo intento a sellare il suo cavallo. Gli chiediamo il permesso di accamparci, lui ci

dice di metterci dove vogliamo nel prato. Armiamo la tenda vicino al fienile, c’è anche una tettoia sotto la quale possiamo

cenare al riparo e all’asciutto. Non cessa di piovere e l’indomani mattina facciamo colazione sotto la tettoia osservando

la pioggia e le nuvole basse. Verso le undici smette di piovere e noi ci rimettiamo in sella. Dopo una dozzina di chilometri

raggiungiamo il lago General Carrera – lago Buenos Aires per gli argentini, il secondo lago per superficie dell’America

del Sud, dopo il lago Titicaca. Il cielo comincia a schiarirsi, le nuvole e il sole proiettano infiniti giochi d’ombre sulle acque

turchesi del lago. I continui sali-scendi non ci impediscono di arrivare a Puerto Rio Tranquilo, nostra meta e tappa per le notte. 

 

         

 

Dalla finestra del comedor del residencial si vede la ripida salita che dovremo affrontare subito dopo la partenza l’indomani.

La osserviamo con fiera determinazione mentre facciamo una buona ed energetica prima colazione. Questo è uno dei

settori più difficili del viaggio, la pista sembra in perenne salita e le brevi discese sembrano falsopiani. Passiamo una

notte in un camping sulle rive del lago ed arriviamo a Puerto Bertrand, dove si stanno ultimando i preparativi per la festa

del villaggio. Consideriamo se fermarci per la fiesta ma so per esperienza che le serate paesane in queste contrade iniziano

gioiosamente per poi diventare, con lo scorrere dell’alcool, moleste e sovente anche violente. Proseguiamo fino a trovare

un posto idilliaco lungo il rio Baker dove accamparci per la notte. Il Baker è il fiume con la più grossa portata d’acqua di

tutto il Cile, panta rei, il suo flusso sembra inarrestabile ed eterno, la sua voce cupa nella notte è una dolce ninna-nanna.

 

         

 

Il mio porta-pacchi posteriore dà segni di fatica, lo sistemo con le ormai provvidenziali fascette di plastica. Le salite sono

ripide e mi fermo più volte ad aiutare Isabelle e spingere la sua bicicletta. Sotto il sole e nella polvere la fatica sembra

enorme, poi dietro ad una curva un branco di guanacos ci sbarra la strada, ci fermiamo ad osservarli, una piccola ricompensa

al nostro sudore. Raggiungiamo così Cochrane, un piccolo villaggio di coloni che ci accoglie per un meritato giorno di riposo.

Ne approfittiamo per fare il pieno di vitamine...e per aggiornare il nostro sito internet

 

         

 

La carretera austral dopo la città di Cochrane attraversa uno dei paesaggi più belli e selvaggi dell’intero percorso.

Verso est si intravvede la cima del Cerro San Lorenzo, la seconda più alta montagna delle Ande Patagoniche Australi.

La vetta fu conquistata per la prima volta nel 1943 da padre Alberto de Agostini, missonario salesiano che nella prima

metà del XX secolo dedicò molto più tempo all’alpinismo e all’esplorazione geografica che all’opera di carità indicata

da don Bosco a cui proprio la Patagonia apparve in sogno. Padre de Agostini, biellese, alle anime e alle condizioni degli

uomini che abitavano e colonizzavano queste terre desolate preferì vallate, catene montagnose e cime senza nome che

lui stesso ribattezzava con i nomi degli alti prelati che lo appoggiavano. Mentre si completava il massacro – si può dire

genocidio? - degli indigeni della Patagonia, lo sguardo del missionario era volto verso le alte cime innevate appena

sfiorate dal volo dei condor.

 

         

 

Dopo aver costeggiato la laguna Esmeralda ed esserci fermati a pranzare sulle rive del lago Vargas ci ritroviamo, dopo

una curva improvvisa, sospesi su di una stretta vallata con quasi 8 km di discesa per arrivare al piccolo ponte che

vediamo in lontananza. Dopo il divertimento della lunga discesa il cammino diventa pianeggiante e quando passiamo

una radura tra gli alberi con un piccolo ruscello accanto, decidiamo che è il posto ideale dove passare la notte. Laviamo

 la stanchezza nelle acque fresche del ruscello, ceniamo e restiamo a guardare le stelle seduti accanto ad un piccolo falò.

 

         

 

La Carretera Austral corre attraverso foreste di faggi australi fino a ritrovare il rio Baker. Lungo la starda incontriamo

Cédric, un cicloturista svizzero che ritroveremo più volte lungo il cammino. Pedaliamo con piacere questi chilometri

di pace e armonia, di natura bella e incontaminata, aspra e selvaggia. Raggiungiamo Puerto Rio Vagabundo, da qui

partivano le lance a motore che scendevano lungo il rio Baker fino a Caleta Tortel. I 30 km di strada che ora collegano

il piccolo borgo con la Carretera Austral hanno decretato la fine del trasporto fluviale. Il refugio rio Vagabundo, dove tre

anni fa con Philippe avevamo passato una notte di vento e pioggia, è ancora in piedi, un riparo per i vagabondi del mondo.

 

         

 

Dopo una bella notte di campeggio arriviamo a Caleta Tortel, villaggio di palafitte costruito sull’estuario del rio Baker.

L’attività principale di questo piccolo borgo situato sull’acqua non è la pesca come si potrebbe credere ma lo sfruttamento

 

 

del legname, in particolare il cipresso. In legno di cipresso sono le case e la fitta rete di passerelle che collega i differenti

quartieri di Caleta Tortel. La strada termina in un piazzale/parcheggio all’ingresso del paese. Qui lasciamo le nostre biciclette,

ci carichiamo i bagagli in spalla e scendiamo i 218 gradini che portano al residencial Don Adan.

 

         

 

Passiamo la giornata a camminare lungo chilometri di passerelle a volte costruite sul mare, altre sul terreno perennemente

imbevuto di acqua. Con Ricardo e la sua lancia a motore e una coppia di cileni conosciuti a colazione nel residencial,

partiamo per una gita lungo l’estuario del fiume Baker e fino all Isla de los muertos. Un alone di leggenda circonda i fatti

accaduti esattamente un secolo fa, durante l’inverno australe del 1906. Perduta in mezzo ad una natura selvaggia e ostile

questa minuscola isola conserva un cimitero fatto di croci di legno di cipresso e un tragico mistero.

 

         

 

Durante i primi anni del XX secolo iniziarono i tentativi di colonizzare questo territorio. La Compañia Explotadora

del Baker, che aveva l’autorizzazione allo sfruttamento e allo sviluppo del territorio arruolava, per la stagione estiva,

centinaia di uomini provenienti in gran parte dall’isola cilena di Chiloè. Questi uomini, avezzi al clima austero,

lavoravano nei boschi dell’estuario del Baker ma la loro permanenza si prolungò inspiegabilmente in quell’autunno

del 1906. All’avvicinarsi del terribile inverno australe si ritrovarono isolati e senza cibo. Epidemia di scorbuto,

avvelenamento causato da farina avariata o avvelenamento collettivo da parte dei responsabili della deficitaria

Compañia Eplotadora per non pagare i salari di fine stagione? Queste le ipotesi ma la verità resta avvolta dal

mistero e una trentina di grezze croci di legno sono l’unico e solo testimone di una grande tragedia della Patagonia.

 

         

 

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